Quando ho scritto questo brano mi trovavo a Salina in vacanza. Era settembre, uno di quei periodi in cui a Lampedusa sbarcavano centinaia e centinaia di clandestini. Ho pensato al valore dell’accoglienza di questa terra che da secoli è stata porto e approdo per tante genti, ma anche a noi siciliani che abbiamo nel dna la vocazione a migrare. Pensavo a quanti siciliani sono emigrati per cercare fortuna in Belgio nelle miniere di carbone, in Germania, in america latina, negli stati uniti. Non possiamo avere la memoria corta, non possiamo dimenticare adesso che dobbiamo accogliere chi eravamo. Non possiamo dimenticare che sulla rotta dellAmerica gli “africani” eravamo noi. Quest’anno lo spirito del Salina docFestival è proprio questo. Un festival che pone al centro il mediterraneo, l’integrazione, il rapporto con l’altro e la ricchezza che l’altro può rappresentare anche in termini di scambi culturali. Ed è per questo che ho voluto regalare al Festival e al suo direttore artistico Giovanna Taviani, questa canzone per me molto importante, il grido affannato di un uomo che vaga in mezzo al mare alla ricerca di un approdo sicuro, una meta incontaminata dove poter esaudire i suoi desideri, una terra fertile dove far germogliare i propri sogni. È la preghiera di un immigrato stipato sopra un natante di fortuna tormentato dalle onde, ma anche il canto di un uomo che non riesce ad afferrare l’amore perché ha il cuore assediato dalla paura. Entrambi stanno per cedere al peso delle sofferenze, hanno smesso di lottare e si stanno arrendendo alla morte: “S’un pozzu iri avanti / un mi mannati arreri / lassatimi muriri ammenz’o mari”. All’orizzonte però brilla la spiaggia di un’isola del Mediterraneo, Salina, una “strata nova” che ha il gusto inebriante della malvasia e quello pungente del sale: un’altra occasione per tornare a sperare.
Ascolta:
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Salina (testo e musica di Mario Incudine)
Mario Incudine
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