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Tavola rotonda
“Sky Gomorra – La serie”
Sabato 27 settembre,
ore 17.30

Con il supporto di

Regione Siciliana

Vai alla pagina del programma

Calendario
delle proiezioni
di GOMORRA
la serie

Santa Marina Salina
Salone Convegni
Lunedì 22 – ore 24.00
Martedì 23 – ore 24.00
Mercoledì 24 – ore 18.00
Giovedì 25 – ore 18.00
Venerdì 26 – ore 18.00

Malfa
Centro Congressi
Maratona GOMORRA la serie
Sabato 27 – a partire dalle ore 16.00

Proiezione del decimo e undicesimo episodio
Ora facciamo i conti, 100 modi per uccidere, 90’

Videosaluto di Roberto Saviano da New York
TAVOLA ROTONDA SKY PER GOMORRA LA SERIE
Fiction e Realtà, scena per scena
Pasquale Elia (giornalista), Marcello Sorgi (giornalista), Maria Pia Calzone (attrice), Fortunato Cerlino(attore). Moderano Laura Delli Colli e Flavio Natalia.

Proiezione del dodicesimo episodio
Gli immortali, 45

GOMORRA, LA SERIE TV SUL GRANDE SCHERMO

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CONSULTA IL PROGRAMMA DEL SDF

A capo del clan dei Savastano, una delle organizzazioni più potenti di tutto il Napoletano, c’è Pietro, un boss vecchio stampo, temuto e rispettato da tutti. Al suo fianco Ciro Di Marzio, uno dei suoi soldati più fedeli e ambiziosi. Pietro ha un erede designato, suo figlio Genny, un ragazzo di vent’anni che si porta addosso centoventi chili.

Genny sa di non essere all’altezza del padre, ma sa anche che, quando Pietro deciderà di ritirarsi dagli affari, toccherà proprio a lui guidare l’impero dei Savastano, lo spaccio, gli appalti truccati, il business dei rifiuti. Ma Salvatore Conte, boss del clan rivale, è pronto a tutto pur di strappare il controllo del territorio ai Savastano.

All’indomani di una serie di sanguinosi scontri tra le due organizzazioni criminali, Pietro sembra avere la meglio, ma le forze della legalità lo portano dritto in carcere. Per i Savastano si apre una nuova era: Pietro finisce nelle maglie del 41 bis, grazie all’intervento di un direttore di carcere che non si piega alle logiche della corruzione.

Sarà Imma, la moglie di Pietro, a prendere le redini del clan, dopo aver neutralizzato Ciro – che vorrebbe approfittare del vuoto di potere – e suo figlio Genny, considerato ancora inadeguato. Ma Genny, che si è fatto le ossa in Honduras, è pronto per prendere il comando.

E mentre uno dei suoi giovanissimi soldati vive una storia di redenzione e tradisce il sistema, un alleato di sempre trama nell’ombra per scalzarlo, e per farlo riaccende la guerra con il clan Conte. La guerra per conquistare i vertici del Sistema è appena cominciata.

«L’ambizione di noi registi, Francesca Comencini, Claudio Cupellini ed io, di Sky, della produzione Cattleya, di Fandango è stata fin dall’inizio quella di realizzare una serie che per contenuti e confezione potesse competere con i prodotti internazionali di nuova serialità, mantenendo però una cifra di stile propriamente italiana: l’attenzione al vero. L’estremo realismo delle storie e delle ambientazioni sarebbero state esaltate da una messa in scena rigorosa e spettacolare, come in un avvincente racconto di genere con, però, un’attenzione maniacale alla verità e all’approfondimento psicologico dei personaggi» [Stefano Sollima].

«Nulla di quello che si racconta è costruito dalla fantasia. È assemblato, montato dalla fantasia. Ma è tutto preso da fatti reali. I protagonisti sono ispirati a persone reali, ma non sono costruiti nel rapporto uno a uno, in scala. Ognuno di loro è l’insieme di diversi personaggi, così come ogni storia è mischiata ad altre storie, magari di clan avversi o clan di altri territori. È come se avessimo costruito una sorta di summa: ogni personaggio è la somma delle vite di tanti affiliati. La garanzia che ho chiesto agli sceneggiatori, allo stesso Sollima, è stata soltanto una, che hanno condiviso tutti: noi raccontiamo i meccanismi della realtà, non la semplifichiamo, non la traduciamo neanche. Non indichiamo soluzioni. Noi dobbiamo raccontare. La garanzia che ho chiesto è stata soltanto questa. Girare a Scampia era fondamentale, perché Scampia è protagonista, è un attore, non è una quinta che puoi ricostruire. È l’elemento documentaristico, scenico, è il DNA della serie. Quei palazzi, quelle scale, quel cielo, sono protagonisti. Non era possibile ricostruirli, perché è come prendere un sosia invece dell’attore. Quel territorio ti entra dentro. Quel cemento è una scelta politica, è una descrizione geopolitica del paese, non è solo ghetto, è anche la dimostrazione di una resistenza. In quelle case c’è vita, ci sono ancora sorrisi, bambini, tanti bambini. C’è gioco. È la dimostrazione che quella è una miniera, da cui si estraggono soldi, una miniera in cui si muore. È vita» [Roberto Saviano].

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