3000-Nuits

E se la nostra è stata sino ad oggi un’avventura di orfani, facciamoci almeno abbastanza adulti per essere compagni a noi stessi.
Quanto al domani, procuriamo che i nostri figli trovino un padre al loro fianco, e non sentano il bisogno di guarirsene

G. Debenedetti

Tutto iniziò a Settembre 2016, con la campagna del Fertilty Day. Mentre in Italia la Lorenzin imponeva la clessidra alle donne italiane che ancora non avevano avuto figli, negli stessi giorni, ad Aleppo, il fotoreporter Karam Al Masri, 26 anni, rimasto orfano di padre, madre e fratelli, pubblicava su un nostro quotidiano le foto della sua città, devastata dalle macerie della guerra siriana, con il volto in primo piano di un bambino che chiedeva aiuto al mondo.

Qualche mese dopo, alle Giornate cinematografiche di Cartagine, dove ero in giuria insieme a Dyane Gayé, che ho il piacere di invitare quest’anno al Salinadocfest, vedemmo e premiammo all’unanimità un film coraggioso, tratto da una storia vera, 3000 Nuits, della regista palestinese Mai Masri, dove una giovane insegnante, decide di fare una scelta altrettanto coraggiosa: mettere al mondo un figlio nella cella di un carcere israeliano, dove è stata condannata a otto anni, con l’ingiusta accusa di terrorismo.
Quel figlio nascerà e crescerà in prigione, come tutti i nascituri palestinesi, che da troppo tempo non hanno una patria in cui nascere, crescere e morire. Per noi la clessidra è qui, pensai, e riguarda il destino di tutti. La fertilità noi la pretendiamo e la vogliamo prima di tutto nelle terre in cui viviamo.

Così è nata l’idea di un’edizione centrata sul tema “PADRI E FIGLI. IN CERCA DI TERRE FERTILI”, che attraversa tutte le sezioni del Festival, con film che parlano della scomparsa del padre, di figli orfani e di padri latitanti, di fecondazione assistita, di gender e disgregazione della famiglia tradizionale, ma anche di adolescenze difficili e di esilio dal mondo degli adulti. Generazione tradita, la nostra – siamo i primi figli più poveri dei genitori -, quella degli italiani che emigrano all’estero e rinunciano a diventare madri e padri perché non riescono neanche a mantenere e se stessi (secondo i dati Istat / Aire negli ultimi dieci anni lo stock di italiani all’estero è passato da 3.106.251 a 4.636.647, con una crescita del 49,3% in 10 anni). Generazione tradita, la loro, quella dei figli degli altri, i minori non accompagnati e i giovani immigrati che ogni giorno arrivano nelle nostre terre, orfani di un’Europa che respinge con i muri e tradisce i principi della nostra Costituzione.

È questo il filo rosso che unisce i due Concorsi del Festival, SICILIA.Doc, concorso prevalentemente al femminile e rigorosamente palermitano, anche in omaggio a Palermo Capitale della Cultura Italiana, e il Concorso Ufficiale Tasca D’Almerita: otto titoli importanti di registi promettenti che si mettono in gioco in modo personale e innovativo, in cerca di una patria o di un “cielo a cupola”, come lo definiva Debenedetti, da volgere sopra le nostre teste; un cielo svasato che possa contenere e orientare i nostri destini come luminose stelle filanti.
Abbandono, disorientamento, paura di essere dimenticati: «C’è una grande differenza tra essere padre e essere un genitore. Un padre ci deve essere», dichiara il regista di
Saro, un viaggio nel cuore della Sicilia alla ricerca di un padre mai conosciuto, attraverso un paese disancorato da ogni sentimento di paternità, che sembra uscire da un film di fantascienza.

I padri e le madri sono scomparse, e quando ci sono, sono così distanti da risultare appartenenti a un altro mondo, nonni più che dei padri, lontani dal nostro linguaggio e dal nostro immaginario. Oppure, quando ci sono, sono troppo ingombranti, come in Canzoni, dove un figlio deve sottostare alle frustrazioni di un padre fallito, che lo vorrebbe vedere sotto i riflettori della televisione diventare un cantante neomelodico. O in Sommersi, dove questa volta è il punto di vista della vecchiaia a narrare, i tre fratelli della grande famiglia di artisti veneziani De Luigi, che con ironica fantasia aspettano di lasciare questo mondo come ombre dei padri che furono.

Non resta che congedarsi da un paese che ci ha lasciati soli: «Mio padre non ha mai condiviso niente con me. È alieno alla mia battaglia» – afferma uno dei protagonisti di Upwelling, atomo disgregato tra relitti frantumati, giovani scannati e senza prospettive, se non quelle di un eterno presente. Incapaci di risalire dal fondo, in una Messina disorientata dalle nuove elezioni amministrative, dove la crisi del pensiero forte e delle ideologie ha creato un vuoto eclettico, che l’Occidente non riesce ancora a colmare. A volte invece sono le figlie che decidono di rompere il muro del silenzio e di andare fino in fondo.

In Good intentions – anche questo un documentario su un interno familiare, che mescola repertorio d’infanzia con le immagini crude e glaciali della realtà di una cucina e di una stalla, dove avviene la resa dei conti – è la figlia che cerca di fare chiarezza su un padre violento, contro la madre e i fratelli che non vogliono aprire i tombini e si nascondono dietro la presunta imparzialità di chi non vuole giudicare. «Dobbiamo parlare del passato. Mi sento ancora arrabbiata e mi sento in colpa per essere arrabbiata».

Figli schiacciati dalle colpe dei padri. Inquietudine, rabbia, insofferenza per la mancanza di intesa tra padri e figli, che mina ormai da tempo il patto tra le diverse generazioni. «Per me tu più che una guida sei una minaccia. Voglio solo capire se capisci quello che ho provato. Puoi avere un po’ di empatia nei miei confronti?». Mi viene in mente quella frase di Pasolini: «l’orrore non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter essere più compresi».
Difficile esseri padri e madri in questo orizzonte di estrema privazione, se non a costo di un estremo atto di coraggio che ti può dare solo l’amore. In Vita nuova Laura e Danilo, regista del film, non riescono ad avere un figlio e decidono di intraprendere la strada della fecondazione assistita. Nei mesi che precedono il primo tentativo – anche questa una storia vera – si rendono conto che l’esperienza che stanno per affrontare è più grande di loro. Soli, senza l’aiuto di nessuno, senza il sussidio della società. Hanno scelto troppo tardi e ora la natura si vendica per ripristinare l’equilibrio perduto. Solo l’amore li protegge e li sorregge. Lo stesso amore che, in un condominio di Lisbona, una madre originaria della Guinea Bissau insegna alla figlia (Terceiro Andar) con un linguaggio e un’educazione sentimentale, unico accesso alla felicità, che le madri occidentali sembrano aver dimenticato da tempo.

E mentre questi figli, giovani e vecchi, vivono e muoiono, lottano e sperano in un paese che non permette più di realizzare i propri sogni, dall’altra parte del Mediterraneo altri figli sognano di attraversare il Mediterraneo verso la nostra Europa. Siamo tutti figli di nessuno, come quel bambino che in un villaggio di Tuba, in Senegal, recita all’alba la sua preghiera rivolta ad Allah, nel villaggio della scuola coranica, dove altri bambini confidano in segreto il loro sogno di partire per l’Europa (Le porte del Paradiso). Il paesaggio cambia, ma, paradossalmente, lo scenario resta lo stesso. Mentre le immagini ci mostrano un mondo lontano anni luce dal nostro, il pensiero corre come in un lungo carrello temporale sui nostri figli, che con quei figli dovranno crescere, e sul futuro di noi occidentali, in cerca anche noi di una patria, in bilico tra accettazione e rifiuto delle differenze, tra rispetto e negazione del diverso, tra solidarietà e paura dell’altro. Come nella sequenza finale del film, che illumina simultaneamente il nostro e il loro destino. L’occhio del regista segue il giovane Taga alle spalle, in mezzo alla città deserta, mentre procede solo tra cumuli di spazzatura nel grande terreno bianco. Poi si ferma e lo lascia proseguire da solo, magro nella sua tunica bianca, sotto i corvi che stridono al cielo la sua solitudine.

«Ciò che ci accomuna è la stessa solitudine e lo stesso bisogno dell’altro». Così Pippo Delbono in un film fortemente innovativo, Vangelo, che quest’anno il Comitato d’Onore del Festival ha deciso di omaggiare con il Premio Ravesi “Dalì Testo allo schermo”. Un Vangelo tutto laico, che racconta un momento particolare della vita dell’autore, l’incontro con i migranti, che, per un attimo, con le loro storie e il loro carico di dolore, in mezzo a una natura bellissima e atroce, sembrano restituirgli un senso di sacra umanità perduta e ripristinare quel patto di solidarietà tra esseri umani. Andare in cerca dell’altro e condividere la sua sofferenza può essere un modo per uscire dal dolore, forse perché, come confessa Delbono ai suoi nuovi Cristi migranti, «quando si sta male non si vuole stare con persone felici».

Pazzamente felici – risvolto di una infelicità latente e di una profonda sofferenza interiore – sono le due protagoniste del film pluripremiato di Paolo Virzi, La pazza gioia, che abbiamo il piacere di mostrare al pubblico di Salina, nella sezione “Sguardi di cinema”, insieme all’autore e alla bravissima coprotagonista Micaela Ramazzotti. Due donne sole che ritrovano nella solidarietà e nell’amicizia la soluzione ai conflitti con i padri e con gli uomini della loro vita.
E ancora la protagonista del film d’esordio di Fabio Mollo, Il Padre d’Italia, interpretato da una folle e stravagante Isabella Ragonese, che, al contrario della madre di 3000 Nuits, sceglie l’unica possibilità che le rimane per sopravvivere: abbandonare il figlio al compagno e scegliere di continuare il suo viaggio da sola, in giro per il mondo.

Voglio ringraziare tutti questi autori che ci hanno permesso di mettere su una edizione compatta e carica di senso su un tema fondante per il nostro futuro, la nGiuria del Concorso Ufficiale – Franco Piavoli, cui dedicheremo un omaggio come tributo al suo grande cinema documentario, Cristiano Travaglioli, Enrico Magrelli e Dyane Gayé -, la Giuria di Sicilia.doc – Salvatore Cusimano, Luigi Lo Cascio e Francesco D’Ayala -, Jacopo Rampini, Roberto Alajmo , Marco Miuccio, per gli incontri letterari, e tutti gli ospiti che hanno accettato di venire sull’isola per riflettere insieme a noi su “Padri e figli” attraverso la forza del cinema del reale.
Cosi come ringrazio gli ospiti dell’importante incontro con Sky Arte, 100 Autori Radio Rai, Siae – Roberto Pisoni, Enrico Magrelli, Francesco D’Ayala, Stefano Missio, Luca Scivoletto -, che insieme ad Andrea Purgatori abbiamo deciso di offrire al pubblico di Salina per lanciare un grido di allarme a favore dei diritti del film documentario – mai come in questo momento necessario -, alla sua promozione e programmazione televisiva.

Ne parleremo anche con Giovanni Maria Bellu, scrittore, giornalista e Presidente dell’Associazione Carta di Roma, nata per rispettare il codice deontologico dell’informazione, insieme a Felice Cavallaro e Carlotta Sami (portavoce dell’UNHCR – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), in occasione del nuovo Premio Dal testo allo schermo / Fiction che quest’anno il Salinadocfest ha deciso di assegnargli.

Da Portopaolo a oggi: narrare le migrazioni sarà il tema del suo intervento, in occasione della ristampa del suo romanzo-inchiesta I Fantasmi di Portopaolo, dedicato alla prima strage del Mediterraneo, per anni passata sotto silenzio da parte dei media, e tornato all’attenzione dopo il successo della fiction TV con Beppe Fiorello, andata in onda sui canali pubblici in prima serata (6.454.000 di spettatori pari al 24.62% di share). Nella postfazione alla ristampa Bellu, da sempre critico nei confronti dell’uso distorto del linguaggio che tv e carta
stampata fanno quotidianamente in materia di politiche migratorie, fa un’importante riflessione sul potere dei mass media, che spesso tradiscono la verità sostanziale dei fatti a favore della notizia, e sul rapporto tra immagine e scrittura, ma anche tra fiction e verità documentaria, che aprirà spunti interessanti per la nostra discussione. La Tv ha un ruolo importante nella selezione della memoria storica da tramandare ai nostri figli.
È bello che la fiction si stia aprendo a tematiche sociali. Così come sarebbe bello che il documentario arrivasse nella casa della gente in prima serata, sui canali Rai, e non solo su quelli privati, in quanto servizio pubblico pagato dai cittadini. Per questo il Salinadocfest è nato e per questo ha sempre combattuto.

Giovanna Taviani