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Intervista ad Agostino Ferrente a cura di Antonio Pezzuto

Agostino Ferrente e il suo Selfie hanno vinto il David di Donatello 2020 per il documentario e il SalinaDocFest non potrebbe essere più contento. Ospite dell’ultima edizione, amico da sempre del nostro Festival, Agostino Ferrente ha costantemente accompagnato la nostra lunga storia. Da L’orchestra di Piazza Vittorio a Le cose belle che vinse il premio Tasca d’Almerita, Agostino è stato al nostro fianco, fino a diventare uno dei componenti del nostro Comitato scientifico.

Il premio, che segue una importante sequela di riconoscimenti anche internazionali (valga per tutti la nomination agli Efa) è stato, per noi, anche un’occasione, per parlare di nuovo con Agostino.

Io non ci credevo, mi sembrava già tanto essere arrivato in cinquina, anche considerando che tante opere di alto livello erano rimaste fuori e che gli altri quattro titoli in lizza avevano delle qualità tali da meritare tutti la vittoria.

Il film è piaciuto quasi a tutti. Moltissimi articoli di giornali sono stati scritti e la critica è stata pressoché unanime. E anche la risposta del pubblico è stata ottima. Come ti spieghi questo successo?

Di Selfie ho già parlato moltissimo. E pensare che quando ero studente del Dams ero più talebano, dicevo che le opere dovrebbero parlare da sé, senza l’intervento dell’autore. Posso aggiungere che più volte in fase di lavorazione il progetto stava saltando perché avevo difeso il rispetto rigoroso della mia idea, ovvero che fossero sempre e comunque i due protagonisti a filmare, ovvero ad auto-filmarsi, naturalmente da me diretti (non è un “film partecipato”, non c’è una delega di regia), in alternanza con le immagini delle telecamere di videosorveglianza. Insomma, uno degli aspetti dell’idea era il chiedersi come raccontare la realtà in un’epoca in cui la realtà si auto-racconta.

Ecco, l’idea a mio avviso avrebbe potuto funzionare solo a patto di non accettare compromessi come quello che mi era stato fortemente “consigliato”, di limitare queste auto-riprese ad una mera funzione simbolica, filmando il più del lavoro con un tradizionale, magari bravissimo, operatore/DOP. E oggi posso dire che sono contento di aver puntato i piedi, con tutta la sofferenza relazionale che questo ha comportato.

Lasciare ad altri un cellulare per fare le riprese, è una scelta molto coraggiosa.

All’inizio sembrava che il mio volesse essere un “famolo strano”, un vezzo, una roba alla moda: girare con il cellulare… In realtà ho sempre creduto che ogni tecnica non vada mai considerata come fine a se stessa ma solo se funzionale a ciò che si vuole raccontare, e nel caso di Selfie il dispositivo è stato talmente funzionale da essere stato promosso a titolo del film. Il risultato che può avere lo spettatore è la sensazione di una versione “immersiva” che ti dà impressione di trovarti lì, tra la realtà raccontata.

Si sente, nel film, una forte vicinanza con i protagonisti, e anche in chi vive in realtà molto diverse da quelle raccontate, si crea subito una forte empatia.

Sarà perché nei miei (pochi…) film cerco sempre di raccontare l’umanità ad altezza d’uomo, cercando il povero Cristo che è in noi, e questo credo e spero crei empatia nello spettatore. Non cerco la denuncia frontale fine a se stessa (che poi magari arriva, indirettamente), ma cerco di trasformare in immagini la mia dichiarazione d’amore per i miei protagonisti, provando a trasformare la loro vita in film, raccontandone gli affanni, le fragilità, le debolezze, le ingenuità, le speranze, la dignità. Non cerco mai di dissacrare, che mi sembra un’esigenza un po’ borghese (come credo sostenesse Pasolini), casomai di consacrare.

Anche l’ironia, che cerco sempre perché considero fondamentale, è sempre frutto della complicità consapevole dei personaggi, che la trasformano in auto-ironia. Cerco sempre di tirare fuori il meglio dai miei “attori” a cui chiedo di mettersi a nudo per “recitare” la propria quotidianità, e per ringraziarli della loro fiducia cerco sempre di aiutarli a fare bella figura col mondo, ricordando sempre che prima che essere personaggi sono persone e la loro vita prosegue dopo i titoli di coda. I personaggi inventati, li puoi disprezzare, deridere, tanto non esistono. Le persone esistono e rischi di causare danni enormi alla lor vita se il modo in cui li racconti li umilia. Sarebbe odioso farlo dopo che loro ti offrono la loro intimità sulla fiducia, firmandoti una liberatoria in bianco.

Perciò lavoro moltissimo con loro a telecamera spenta, per mettermi nei loro panni e li aiuto a dare il meglio di sé, creando le situazioni, aiutandoli a mettersi in scena, cioè a interpretare se stessi. E l’intimità che cerco di raggiungere è quella grazie alla quale poi, durante le riprese, loro non mi avvertano come un corpo estraneo, salvaguardando la spontaneità delle loro azioni e delle loro battute, anche se da me “dirette” (questo fa un regista, “dirige”).
Insomma lavoro molto con quella che mi piace definire “drammaturgia sul reale”, ma la mia creatività può agire sempre nel rispetto, anzi, nella valorizzazione, dei dati reali: le mie storie sono vere, come è vero che Davide Bifolco è stato ammazzato o che quelle persone vivono quella vita.

Un Premio, quello di questa edizione, che ha avuto la sua cassa di risonanza nella diretta che gli ha dedicato la Rai in prima serata, una diretta sulla quale, però, non sono mancate le polemiche, soprattutto perché, tra i vari collegamenti alle case dei vari candidati (conseguenza del Covid, che ha impedito la presenza di persone in sala), spiccava la mancanza di interesse verso il mondo del documentario, al quale non sono stati dedicati che pochi secondi e nessun intervento dei registi. Come mai secondo te?

Immagino che una serata che voleva essere glamour e spensierata, per far dimenticare per un paio d’ore alle persone recluse a casa la tragedia sanitaria ed economica di questa pandemia, cioè per fuggire un attimo dalla “realtà”, ha temuto di dare la parola al regista vincitore della categoria “cinema della realtà”, che poteva essere vissuto come “guastafeste”.

Guastafeste perché c’è una forte discriminazione – da parte dell’industria cinematografica – verso il mondo del documentario.

Purtroppo sì. Anche il principale premio cinematografico italiano non ha ancora capito – o non ha interesse a capire – che un documentario è un film, a tutti gli effetti, che partecipa e spesso vince nei concorsi ufficiali dei principali festival del mondo. In Italia purtroppo il documentario resta una cenerentola nel nostro sistema cinema, all’interno della quale siamo in molti (tra cui tu e tutto il SalinaDocFest) a credere che questo patrimonio di creatività e professionalità rappresenti uno dei terreni più fertili di ricerca e di innovazione dei linguaggi e delle tecniche del cinema. Una “postazione della memoria”, per dirla con Ermanno Olmi, che fotografa il presente, anche per tramandarlo alle generazioni future, per ricordare loro come eravamo, ma che lo fa comunque attraverso la creazione di un linguaggio, che non si limita a registrare passivamente quello che succede, ma si pone domande, sperimenta, crea, finendo così per fertilizzare tutto il cinema.

Ma nonostante questa consapevolezza, questo “sdoganamento” frutto di anni di lavoro tra associazioni, festival rassegne (tra cui gli storici “Racconti dal vero” al nostro Apollo 11) che hanno fatto riscoprire la magia del cinema del reale, è sempre più difficile riuscire a realizzarlo. Con questa, legittima, voglia delle grandi produzioni (che ovviamente sono rappresentate da premi come i David), di ricostruire un cinema ‘industriale’ sarà sempre più difficile per produttori e autori indipendenti realizzare opere più libere che non siano omologate alle esigenze sempre più rigide delle piattaforme. Del resto l’unico guadagno certo dei produttori è la producer fee da ricavarsi in percentuale al budget di partenza, che per i documentari di solito è molto basso o comunque molto più basso in confronto ad opere di finzione che implichino lo stesso dispendio di lavoro. Per cui in qualche modo questo settore è come se desse fastidio, perché dimostra che si può fare cinema non solo per lucro ma anche per passione: crea ripetuti pericolosi precedenti.

Un cinema, quello del reale, a cui si attribuisce in Italia un valore minore, anche se poi è quello che vince i Festival e che ha più riconoscimenti internazionali, ed è sempre il genere da cui nascono i migliori autori che oggi si dedicano alla fiction.

Non so se è una coincidenza, ma i 4 titoli della cinquina più importante, quella del “miglior film”, che hanno vinto premi, sono tutti favole o film in costume ambientati in epoche passate: opere belle e importanti, certo, ma è come se si stesse chiedendo al cinema di rimuovere la realtà. Non so se possiamo definirla “Docufobia”. Di sicuro non c’è solo una discriminazione di genere sessuale, ma anche cinematografico. Poi se il regista di doc è anche una donna, allora la discriminazione è duplice.

Voglio cioè dire che il danno non è il danno della categoria dei documentaristi (di cui, anche comprensibilmente può non importare nulla), ma è il danno culturale che tu fai ad una nazione. C’erano all’ascolto una quantità di persone che mai ci sarebbero state. Poi il mio è anche un discorso sul Premio in generale. Perché non consentire anche ai montatori dei documentari di concorrere al premio per la propria categoria? E vale anche per i fonici, i direttori della fotografia, i produttori, gli autori delle musiche, ecc. Sono stati pagati meno e hanno lavorato molto di più rispetto a quanto si lavora e si guadagna nei film di finzione. In più neghi loro anche la possibilità di aggiudicarsi un riconoscimento: cornuti e mazziati, si dice da noi al sud. Non capisco perché le relative categorie non protestino, come dovrebbero fare quelle degli autori (finora l’ha fatto solo Doc/It che è stata l’unica delle associazioni d’autore ad esprimere la propria preoccupata amarezza, mentre le altre, che pure hanno i loro delegati nel board, non hanno ritenuto di intervenire, perdendo a mio avviso una importante opportunità).

Il problema non è quindi far fare o non far fare a me il saluto, ma il problema è il valore che viene dato dall’industria al documentario. Il danno è per il pubblico, non (solo) per la categoria.

Ma se avessero dato anche a te la parola… cosa avresti detto?

Avrei ricordato ai milioni di telespettatori che questo premio si chiama come il ragazzino di sedici anni a cui il nostro piccolo film è stato dedicato, Davide [Davide Bifolco, ndr], dimenticato e poi ucciso da uno Stato che non sa crescere e proteggere i suoi figli più deboli, quelli che stanno passando i lockdown in seminterrati umidi, dove prende male internet e che comunque non hanno un computer per seguire le lezioni a distanza; quelli che abbandonano la scuola, perché è la scuola che li abbandona a se stessi; quelli che non hanno genitori laureati che li possono aiutare a fare i compiti a casa e che non possono permettersi di pagare per loro le ripetizioni private. Quelli che a 13 anni sognano di diventare calciatori, ma poi uno ci riesce e mille finiscono dall’unico datore di lavoro interessato a dare loro una mano: la criminalità. Ecco cosa avrei detto se mi avessero fatto parlare pochi secondi, sottraendoli alla bocciatura preventiva delle curve d’ascolto della prima rete nazionale.

Avrei dedicato il premio a Davide e a tutti questi ragazzi come lui, che neanche sanno cos’è un David di Donatello, e che probabilmente neanche si stavano guardando la serata di premiazione. A partire ovviamente da Alessandro e Pietro. Sia il papà di Davide che quello di Pietro li ho avvisati per telefono, erano felici. Alessandro a quell’ora già dormiva e la notizia l’ha scoperta il sabato alle 5,00, all’ora in cui si alza per andare ad aprire il “Bar Cocco” per guadagnare in una settimana di lavoro quello che guadagnerebbe in un giorno spacciando, che sarebbe poi sempre meno di quanto guadagna un fonico professionista che ha pure i contributi versati all’Empals per la pensione.

E questa non è demagogia, ma è la realtà, che forse non conosce chi fa film di finzione e frequenta solo le persone che racconta nei propri film. Non uso l’espressione “salotti borghesi” per non scadere nel facile populismo, anche perché ci possono essere dei pregiudizi in buona fede maturati anche in ambienti alternativi. Il fatto è che alcune vite sono diversa da come le vediamo in TV, dove nel migliore dei casi, vengono filtrate da esigenze di spettacolarizzazione, nel peggiore, ridotte a pigri stereotipi.