Sara la regista iraniana Sepideh Farsi a ricevere il Premio Irritec, riconoscimento internazionale della XX Edizione del SalinaDocFest, quest’anno dedicato al tema delle Odissee contemporanee come antidoto alla guerra e alla disumanizzazione dello sguardo.
Il premio sarà consegnato la sera di venerdì 10 luglio da Giulia Giuffrè, Responsabile della Sostenibilità e Consigliere di Amministrazione di IRRITEC, tra le aziende leader mondiali nell’irrigazione.
Il Premio Irritec al SalinaDocFest 2026 viene assegnato a Sepideh Farsi per Put Your Soul on Your Hand and Walk – (Prendi in mano l’anima e cammina),perché “è un’opera necessaria che trasforma la distanza in relazione, la fragilità di una videochiamata in testimonianza, il cinema in atto di responsabilità. Attraverso il dialogo della regista con la fotoreporter palestinese Fatma Hassona, il film restituisce voce e volto a Gaza e a chi, nella guerra, rischia di essere ridotto a numero o silenzio. Un’opera che nasce grazie a due donne che resistono, in luoghi diversi, e costruiscono uno spazio di verità, coraggio e cura. Una filma, l’altra osserva e documenta: le condizioni di vita della popolazione, la sofferenza dei bambini, i bombardamenti. A loro due va tutto il nostro riconoscimento per aver consegnato alla memoria un gesto di libertà e di umanità”.
Sepideh Farsi col suo film manifesto ha denunciato la violazione di ogni diritto umano a Gaza, offrendo una testimonianza dolorosa, urgente e necessaria sui crimini di guerra. L’autrice iraniana racconta la disumanizzazione del conflitto, dando voce alla giovanissima fotoreporter palestinese Fatma Hassona, uccisa dalle bombe israeliane. Put Your Soul on Your Hand and Walk, per la sezione internazionale SDF Contro Le Guerre, sarà proiettato a Salina la sera del 10 luglio al termine della premiazione.
Il film è la mia risposta, come regista, ai massacri in corso dei palestinesi – spiega Sepideh Farsi – Quando ho incontrato Fatma Hassona è avvenuto un miracolo. Lei è diventata i miei occhi a Gaza, dove resisteva documentando giorno per giorno la guerra. E io sono diventata un collegamento tra lei e il resto del mondo, dalla sua «prigione di Gaza», come la definiva lei. Abbiamo mantenuto questa linea di comunicazione per quasi un anno. I frammenti di pixel e suoni che ci siamo scambiate sono diventati il film che vedete. L’assassinio di Fatma il 16 aprile 2025, in seguito a un attacco israeliano alla sua casa, ne cambia per sempre il significato ».
Il documentario nasce dall’incontro tra la regista, di base a Parigi e la fotoreporter palestinese che ha testimoniato col suo lavoro fotografico la realtà di Gaza sotto l’assedio dell’esercito israeliano. Farsi e Hassona si contattano in videochiamata per progettare il Lavoro sulla disperata condizione del popolo di Paletina, ma parlano anche dei sogni della ragazza che vorrebbe girare il mondo con la sua macchina fotografica. Quando Farsi le annuncia che sono invitate a Cannes per presentare il film, Fatma è piena di gioia, ma proprio il giorno seguente, il 16 aprile 2025, la casa della famiglia Hassona viene colpita da missili di precisione che la uccidono insieme a suoi familiari. A partire da quelle chiamate, e dalle immagini di Fatma, Sepideh Farsi realizza il film, che è una denuncia degli orrori dell’assedio di Gaza e un ricordo di chi ha cercato di farli vedere al mondo.
Del resto, come già diceva la fotografa, in una purtroppo veridica premonizione: “Se muoio, voglio una morte rumorosa, che sia sentita da tutto il mondo”.

Sepideh Farsi, nata a Teheran nel 1965, dall’Iran è venuta via appena diciannovenne, rifugiandosi in Francia nel 1984. Proviene da una famiglia di attivisti politici, e lei stessa lo è diventata fin da giovanissima. Prima della rivoluzione iraniana del 1979 si è trasferita da Teheran a Mashhad. Trascorse otto mesi in prigione per aver nascosto un amico durante i massacri del 1981-82. Nel 1984 va a Parigi a studiare matematica, ma intanto iniziava i suoi esperimenti come fotografa.
Negli anni Novanta arrivano i primi corti e poi mediometraggi. È protagonista del suo primo lungo, Le voyage de Maryam (2002). Seguono Khāb-ekhāk/DreamsofDust (2003), Negāh/The Gaze (2006), Harāt (2007, premiato al Festival dei Popoli di Firenze).
Gira Tehrān bedun-emojavvez/Tehran WithoutPermission (2009) usando la videocamera del suo cellulare per aggirare le restrizioni del governo iraniano. Seguon Zir-e āb/The House Under the Water (2010) e Red Rose (2014). La Sirène (2023) segna la sua prima esperienza nell’animazione. Dal 2009 è stata bandita dal regime per la sua attività politica e artistica, e non può fare ritorno in patria. Attualmente lavora ai progetti di un western iraniano e di una graphic novel autobiografica, Mémoires d’une fillepasrangée (Memorie di una ragazza disordinata).


La sezione SDF contro la guerra sarà aperta dal corto di animazione di Simone Massi, Una rosa, “poesia d’amore e di lotta dedicata al popolo palestinese”. Con le voci recitanti di Valerio Mastandrea e Wasim Dahmash, il corto è una poesia d’amore e di lotta dedicata al popolo palestinese. Poco più di quattro minuti per 1.500 tavole che hanno permesso all’artista pergolese di sfondare l’incredibile cifra di mille premi, conquistati in una carriera trentennale.
Altro titolo della sezione SDF contro la guerra è A War on Women della regista Iraniana Raha Shirazi che racconta la storia quarantennale della resistenza femminista in Iran, dalla Rivoluzione Islamica del 1979 fino alle proteste contemporanee. Seguiamo i percorsi di attiviste appartenenti a varie generazioni, che nonostante la repressione del regime degli ayatollah hanno sviluppato tra carcere, censura e diaspora una consapevolezza sempre più determinata dei propri obiettivi. Attraverso materiali d’archivio, filmati privati e immagini girate clandestinamente in Iran per rompere il muro della propaganda ufficiale e restituire la complessità del movimento.









