Matteo Garrone - Anteprima Messina SalinaDocFest XX Edizione - Foto di Davide Scimone

Incontro Matteo Garrone nello studio della sua casa romana di Trastevere, piena di quadri appesi ai muri. Sulla sua scrivania mi colpisce una montagna di fogli stampati da internet, accumulati senza ordine apparente: disegni, dettagli di quadri, corpi, volti, iconografie sacre e profane. Gli chiedo che cosa siano e lui mi dice che gli servono per creare storie.

«Mi metto qui e le sfoglio, una per una, a caso, fino a quando non mi viene in mente una storia, come in una sala di montaggio».

Come un atlante ossessivo del suo immaginario, un archivio di visioni da cui il cinema può ancora nascere. Poi mi mostra un diario rosso su cui segna da anni tutti i progetti realizzati e da realizzare. Tra questi c’è anche l’Odissea.

Da L’imbalsamatore al Racconto dei racconti, da Pinocchio a Io Capitano, il tuo cinema attraversa il reale trasformandolo in fiaba, mito e racconto archetipico. D’altronde, che tu sia un fervido lettore lo si evince dal tavolo della tua scrivania, che spazia da Yung a libri sulla stregoneria. Qual è il tuo rapporto con la fiaba?

La mia passione per le fiabe, e in generale per i miti, risale al mio rapporto con la pittura e al mio desiderio di avventurarmi dentro tutti gli archetipi e i labirinti della condizione umana. Le fiabe mi hanno sempre permesso di fare un viaggio in alcuni temi esistenziali che avevo voglia di esplorare e al tempo stesso mi hanno dato l’opportunità di reinventare visivamente dei mondi, perché il cinema, per come lo interpreto io, è principalmente legato all’immagine. Quindi devi avere dei testi che in qualche modo ti aiutino a trovare delle idee visive originali. Io parto sempre non solo dall’umanità dei personaggi che racconto, che devo sentire vicini e devo amare anche nelle loro zone d’ombra, ma anche da mondi diversi che ho voglia di raccontare e di interrogare. In fondo, il viaggio verso il soprannaturale, cominciato con Il racconto dei racconti e proseguito con Pinocchio, per me è iniziato in maniera non consapevole con L’imbalsamatore, un viaggio nel contemporaneo che poteva essere benissimo anche un racconto di Basile. C’erano elementi magici ed esoterici di cui io probabilmente allora non ero neanche consapevole.

Sia Pinocchio che Io Capitano sono ispirati a due grandi romanzi di formazione: il capolavoro di Carlo Collodi e l’Odissea di Omero, questa riletta in maniera indiretta in una chiave contemporanea. Che rapporto hai con questi due classici?

Ho trovato delle similitudini tra Pinocchio e Io Capitano mentre giravo quest’ultimo e anche, probabilmente, mentre lo scrivevo. Entrambi sono romanzi di formazione; l’Odissea è il viaggio per antonomasia dell’eroe che attraversa una serie di difficoltà prima di arrivare alla mèta. In entrambi il protagonista abbandona di nascosto il proprio genitore, lo tradisce, in entrambi c’è un Lucignolo che convince il protagonista a partire, facendogli credere che troverà un Occidente-paese dei balocchi. «Pensa a quando firmerai gli autografi ai bianchi!» – dice Moustapha a Seydou per convincerlo. E poi come in Pinocchio c’è la presa di coscienza che il mondo lì fuori è spietato, violento, terrificante. A chi lo attaccava per la violenza e la cupezza del suo libro, i cui lettori erano principalmente bambini, Collodi diceva sempre che era importante mettere in guardia i più piccoli dai pericoli che avrebbero corso nel momento in cui, disobbedendo ai genitori, si sarebbero trovati ad affrontare la realtà. Doveva servire da monito. Anche in Io Capitano i due protagonisti all’inizio affrontano il viaggio in maniera naïf, come spesso accade quando si pensa di essere giovani e di avere tutte le possibilità per farcela. Poi nel momento in cui si ritrovano dentro l’inferno prendono coscienza del significato vero di quel viaggio e della realtà, spesso terribile, che li circonda. 

Come hai trovato Seydou, il protagonista del tuo film?

Seydou [Seydou Sarr] viene da una famiglia di attori, la madre e la sorella sono due attrici amatoriali. Lui non voleva fare il film, il suo sogno era fare il calciatore. Così, quando era il suo turno per i provini a Thiès, a un’ora da Dakar, lui non si è presentato. Come Pinocchio, aveva promesso alla madre e alla sorella che sarebbe andato – era l’unico maschio in famiglia e il film poteva essere una opportunità economica per tutti – ma poi se n’è andato a giocare a calcio. Quando la sorella lo ritrova, dopo averlo cercato in giro per i campi di calcio sterrati de villaggi, ormai è pomeriggio inoltrato e ai provini vengono rimandati a casa. A casa però Seydou si accorge di aver perso le chiavi (elemento simbolico!) e ritorna a Thiès per cercarle. A quel punto la produzione, forse credendo che avesse aspettato lì tutto quel tempo, decide di fargli il provino. E Seydou entra nel film come coprotagonista. Quando me lo portano a Dakar per fare le prove con Moustapha, l’attore che avevo scelto per la parte principale [nel film Moussa], sostituisco i ruoli e decido che sarà lui il protagonista. Non credo alle coincidenze: Seydou era destinato a fare questo film.

L’Odissea comincia dalla fine: dopo 10 anni di guerra e 10 anni di viaggio, Ulisse arriva alla Corte di Alcinoo, nell’isola dei Feaci, e per la prima volta si racconta: «Io sono Ulisse, il figlio di Laerte». Nel finale di Io Capitano Seydou alla guida della barca è sotto gli elicotteri della guardia costiera, di fronte alle coste italiane. Tu lo inquadri in un primo piano lunghissimo, reiterato, insistente, mentre lui, con lo sguardo del reduce che torna da una guerra, grida solo due parole: «Io capitano!»  Ci racconti come nasce quel primo piano?

Potrei parlarti a lungo di quel primo piano, che fra l’altro è una delle cose più belle che mi è capitato di girare nella mia carriera. Dietro c’è tutto il percorso che fa Seydou, come persona e come personaggio. Io ho l’abitudine di girare in sequenza dalla prima scena fino all’ultima. Sarebbe stato inimmaginabile pensare a quel primo piano alla seconda settimana di riprese. Poteva soltanto arrivare alla fine di un viaggio, come punto di arrivo di un’esperienza vissuta. Seydou e Moustapha non sapevano niente del film, non hanno mai avuto la sceneggiatura, neanche durante le riprese, non sapevano come sarebbe andata a finire. Giorno per giorno vivevano l’avventura. Seydou aveva 17 anni, era timido e dolce, quasi non parlava, si ritrova suo malgrado dentro questa avventura, spinto dalla famiglia, con la paura di non riuscire a interpretare il suo ruolo e a portare a termine le riprese. Lui amava cantare, aveva delle qualità artistiche, ma non aveva mai studiato teatro e non era mai uscito dal suo paese. Quindi accetta con mille insicurezze, in maniera del tutto incosciente. Stacco.

Siamo a Los Angeles, alla promozione del film per gli Oscar. Durante l’incontro con il pubblico un critico americano chiede a Seydou: «Come ti sei preparato da attore per quel primo piano fenomenale di 4 minuti, in cui ridi e piangi?», lui ci pensa e risponde:

«Quando ero in quella barca, avevo attorno a me quelle persone che urlavano il mio nome, avevo fatto tutto quel percorso, c’era l’elicottero che mi lanciava l’acqua in faccia, tutto questo mi ha fatto dire: “Sono riuscito a fare il film! Ce l’ho fatta!”».  Poi sei mesi dopo siamo andati nei villaggi del Senegal, insieme a Mamadou, il vero protagonista di questo film, che è ispirato alla sua storia reale. E quando siamo arrivati a Thiès, con tutti che urlavano il nome di Seydou come fosse uno dei Beatles, alla fine della proiezione Mamadou gli ha chiesto: «Ma ti rendi conto che ovunque andiamo nel mondo, in America come in Africa, quando arriva quel primo piano finale tutti piangono e si emozionano?» E Seydou gli ha risposto: «Sì, quel momento è stato magico, non so dirti come ho fatto. A volte oggi mi ritrovo davanti allo specchio e mi metto a gridare “Io capitano!”, ma non ci riesco più…».  Perché quel primo piano è il traguardo di un percorso emotivo e conoscitivo.  Che è poi la cosa che io cerco sempre con attori che non hanno una formazione accademica: aiutarli a vivere momenti irrepetibili. Se io avessi ripetuto quel primo piano non sarebbe stato la stessa cosa. Perché lui aveva vissuto un’esperienza unica. E pensare che nella sceneggiatura c’erano solo due righe: lui ce la fa, è contento, urla «Io capitano!», anche gli altri urlano. Poteva essere tutto, anche una scena retorica, fasulla. Sul set, quando abbiamo finito e mi sono girato, piangevano tutti, la prima volta in tutta la mia carriera, pure i macchinisti, gli elettricisti, che di solito sono dei pezzi di marmo che aspettano solo l’ora della pausa. Avevano capito che stava accadendo qualcosa di unico. Secondo me questo è il compito di noi registi, ciascuno con i nostri modi di girare: creare le premesse perché qualcosa di irripetibile accada sullo schermo, una sorta di happening.

Il viaggio di Ulisse è pieno di avventure, incontri, visioni. La discesa nell’Ade, Circe, le sirene. Eppure ancora oggi gli studiosi definiscono l’Odissea “il più bel romanzo del mondo” e a Salina abbiamo scelto il poema omerico come chiave per interpretare il nostro presente. Anche in Io Capitano ci sono dei sogni e delle apparizioni, penso solo alla donna che vola nel deserto. Eppure racconti la tragedia del nostro tempo. Potrei definire il tuo un “realismo metaforico”, quasi allegorico, per usare un termine che piaceva a Romano Luperini.

Sì, realismo visionario mi sembra ancora più coerente. Perché quel magico a cui fanno riferimento molti critici mi è sempre stato qui. Ci ho pensato, ma non riuscivo mai a trovare il termine giusto. Poi una notte leggendo Baudelaire su Balzac ho trovato questa definizione, “realismo visionario”. Durante la scrittura del film, io e gli sceneggiatori [Massimo Gaudioso, Massimo Ceccherini, Andrea Tagliaferri] volevamo dare voce alla parte più profonda di Seydou, alle sue ferite interiori, perché il viaggio è un rito di passaggio durante il quale lui subisce dei traumi che si porterà per tutta la vita. Volevo raccontare questi traumi dall’interno. Nasce da qui il desiderio di dare voce alle sue visioni, come quando immagina mentre sta morendo di potersi riconciliare con la madre e di chiederle perdono, o come quando lungo il viaggio nel deserto immagina di poter salvare una donna, che poi vola in una visione un po’ chagalliana. Che poi sono i racconti di tre viaggi che mi hanno fatto migranti diversi, e che io ho ascoltato, scelto, trascritto insieme a loro, e messo insieme in un unico viaggio nella sceneggiatura di questo film. Il sogno della madre è vero, me lo ha raccontato un ragazzo che in Libia sognava di essere morto e urlava: «Mamma! Mamma!». Io Capitano è un film che nasce dall’ascolto e dalla oralità. Io sono stato solo un tramite. 

Hai mai pensato di fare l’Odissea?

Uberto Pasolini mi chiese di fare la regia del suo Itaca -Il ritorno, ma io ero impegnato col mio film e non potei accettare. Il film non l’ho ancora visto ma ho molta stima e simpatia per Uberto. Molti produttori mi hanno chiesto di realizzare un film sull’Odissea. Ti svelo un segreto: da anni segno con una croce su un grande diario rilegato tutti i progetti che mi sono venuti in mente nel corso della mia vita, quelli realizzati, quelli che devo fare, altri che non farò mai. Vedi [mi mostra le croci nel diario]. Questo è Il canaro [Dogman], fatto, questo Pinocchio, fatto, mi dà molta soddisfazione. Da qualche parte c’è anche l’Odissea. Non la leggo da anni, ma mi ha fatto venire voglia di rileggerla. Chissà…